Quanto costa diventare grandi




di Roberto Tortora


Antonio, a quindici anni,  è alto un metro e novanta. Le  squadre di calcio della provincia se lo contendono perché nelle ginocchia ha  due motori turbocompressi. Quando scende a rete, i giocatori avversari si coprono le parti basse.
Ha grandi occhi nocciola, il ciuffo dei modelli sui giornaletti per teenager. Quando in classe leggevamo “Il giorno della civetta” parteggiava per don Mariano Arena, il mafioso.
“Ma come,” gli dicevano i compagni, “noi siamo tutti per il capitano Bellodi, l’eroe buono, il rappresentante della Giustizia e dello Stato. E lui:
“Per farsi un nome ci vuole una pistola e la pallottola giusta nella testa giusta.” Chiudeva la mano a pugno, poi apriva indice e pollice, mirava dritto in mezzo agli occhi di qualcuno dei suoi compagni e esplodeva il colpo: “PUM!”
Recentemente gli ho chiesto se stesse leggendo qualcosa.
“Biografie,” ha risposto.
“Biografie? E di chi?” mi illudevo che fossero i best seller di questa e delle passate stagioni, Totti, Del Piero…
“La vita di Totò Riina, prof. Un grande…” Lo ha detto con gli occhi incantati, come se stesse commentando la sforbiciata del suo campione preferito.
La sera in tivù segue “L’Onore e il rispetto”. Antonio ammira quelli che non ci pensano due volte ad ammazzare qualcuno se questo può servire. Giustizia, legalità, convivenza civile, sostiene,  sono zuccherini per i più deboli: “Basta guardare quello che fanno i politici…”
La notte fa le ore piccole con “Manhunt”, il videogioco più violento della storia. Lui si diverte ad attorcigliare il filo spinato intorno alla testa dei nemici virtuali e gliela stacca. Tutto sullo schermo, naturalmente. Fiotti di sangue  e gorgoglio di viscere strappate lo eccitano. Specialmente quando racconta i punteggi ai compagni di classe. Ci gioca anche sotto il banco, grazie a un tablet di ultima generazione.  Ammazza un mucchio di nemici. Sempre sul monitor, naturalmente.
L’altro lunedì ho notato che si era seduto in fondo all’aula. In genere è al primo banco. Non aveva la solita faccia. Gli occhi erano spalancati e il colorito biancastro. Ogni tanto tremava. È andata avanti così per tre o quattro giorni. Su uno come lui faceva in certo effetto. Era muto. Terrorizzato. Paralizzato.
Allora l’ho preso in disparte, fuori, nel corridoio. E gli ho chiesto se gli andasse di parlare.
Era successo questo. La domenica precedente era di ritorno da Reggio Calabria sul Freccia d’Argento. Insieme a lui viaggiavano il padre, la madre e la sorellina di sette anni. Erano di ritorno da un soleggiato week end sulla costa ionica.  Durante la sosta di quindici minuti alla stazione di Napoli Centrale, sale un balordo con la pistola in pugno.
Una pistola vera.
L’avvicina alla testa di Antonio, poi la preme sulla fronte di suo padre, di sua madre e infine la posa in mezzo agli occhi della bambina. Fa la stessa cosa con gli altri passeggeri. Apre la bocca solo per dire:
“Tirate fuori dieci euro a testa.”
“In quei momenti, prof, non mi sentivo più le gambe. Non mi sentivo più niente.”
Per fortuna non c’è stata la sparatoria. Subito dopo sono arrivati gli agenti e il balordo s’è dato alla fuga.
Ma sono stati sufficienti  quei pochi minuti perché Antonio vedesse una cosa più spaventosa della morte e della follia. Una cosa che si chiama “realtà”.  La faccia di un balordo con una pistola in pugno. Un balordo vero, con in pugno una pistola vera. Non una di quelle che appaiono sullo schermo dei videogiochi e che sputano fuoco negli sceneggiati televisivi sui mafiosi.
“Prof, sono cinque giorni che non dormo. Appena chiudo gli occhi sento il ferro freddo che preme sulla fronte. E poi vedo la testolina di mia sorella…”
Dieci euro. Tutto qua.
Tanto è bastato perché Antonio diventasse adulto nel peggiore dei modi: la fredda canna di una pistola, una manciata di spiccioli e il respiro corto della sorellina. 

foto: Tito Rossini, Natura morta con altare, olio su tela

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