TRE ARTISTI ORIENTALI A VENEZIA TRA SILENZIO E ARMONIA: LEE UFAN - KAN YASUDA - SU XIAOBAI

 


Come sempre, in occasione della Biennale Arte, Venezia si riempie di mostre. Alcune sono eventi collaterali, altre autonome, altre riguardano tutte quelle nazioni che non hanno una sede negli spazi istituzionali dei giardini di Castello e dell’Arsenale. Spesso visitarle, a parte il loro interesse intrinseco, significa scoprire splendidi palazzi veneziani. Propongo una visita che si limiti a piazza San Marco e al sestiere Cannaregio, quello a ridosso della stazione ferroviaria di Santa Lucia, che sia incentrata su artisti orientali non figurativi, per purificarsi dal profluvio di immagini che ci sommerge. Sono tre, un coreano, un giapponese, un cinese. Anziani. Il più vecchio, Lee Ufan è nel suo novantesimo anno. Hanno in comune un qualcosa di misterioso che noi occidentali non riusciamo pienamente a cogliere, fatto di semplicità, della capacità di dare senso alle cose comuni. Ci inducono alla sosta, alla meditazione, a un modo diverso, molto lento, di fruire delle opere d’arte. Sono estranei alla tecnologia, all’accelerazione moderna che si manifesta nei rispettivi paesi. Ci portano in altre dimensioni. Si può iniziare dalle Procuratie Vecchie, che occupano il lato nord di piazza San Marco. Risalgono al ‘500 e sono attualmente proprietà del gruppo Generali, che le ha fatte sottoporre a restauro ad opera dello studio dell’architetto David Chipperfield. Il complesso ospita, nei vari piani, uffici assicurativi, spazi espositivi e la sede della fondazione The Human Safety Net, che si occupa di assistenza a famiglie vulnerabili e inclusione dei rifugiati, e che propone interessanti allestimenti interattivi ad accesso gratuito. Il secondo piano ospita ora una mostra di Lee Ufan (Corea, 1936), artista che, dietro lavori all’apparenza semplici, cela una notevole complessità di pensiero. Nato da famiglia umile nella Corea sotto occupazione giapponese, si trasferì dopo la guerra a Tokio, dove si laureò in filosofia occidentale, incentrando i suoi studi su Heidegger, da cui derivò in particolare la critica della tecnica, attraverso la quale l’uomo moderno sopraffà la natura (ma che poi sopraffà l’uomo stesso). La sua evoluzione di pensiero ed artistica (aveva anche studiato l’arte orientale tradizionale e la calligrafia classica) lo portarono, a fine anni ’60, a far parte del movimento giapponese Mono-ha (scuola delle cose) e successivamente anche di quello coreano, Dansaekhwa (pittura monocromatica). Questi artisti orientali avevano percepito un cambio di sensibilità a livello globale che portava a contestare la Pop Art, con la sua esaltazione dei prodotti di consumo, la figurazione iper colorata che ricalcava le immagini pubblicitarie. Inoltre essi si opponevano all’opera di quello che era il più importante movimento d’avanguardia giapponese, il gruppo Gutai, il cui lavoro era contrassegnato da una fortissima fisicità, un corpo a corpo con la tela, che veniva aggredita saltandoci sopra, gettando secchi di colore, facendocisi calare dall’alto con delle funi. Era l’altro lato del Giappone, un paese traumatizzato dalla guerra, dalla bomba atomica, dall’invasione consumistica che ne minava gli antichi valori, da un clima politicamente oppressivo. Un paese disarmonico, dove alla contestazione violenta del Gutai gli artisti Mono-ha contrapponevano una ricerca interiore, il tentativo di ritrovare l’armonia con la natura e con le cose (non oggetti). Il compito dell’artista non doveva, per loro, consistere nella trasformazione ma nella disposizione di elementi naturali e industriali all’interno di uno spazio e nella creazione di una relazione tra essi e il visitatore. Le loro basi teoriche andavano da Heidegger, con la sua ripresa del verso di Holderlin “poeticamente abita l’uomo su questa terra”, a Merlau-Ponty, al buddismo e allo zen. Il movimento coreano Dansaekhwa si muoveva su direttrici simili, ponendo l’attenzione sulla pittura. Il dipingere non era per loro la rappresentazione di qualcosa dell’esterno ma l’atto finale di una ricerca interiore. Quindi era un gesto cerimoniale, un’azione con cui la sensibilità dell’artista passava dalla mano al pennello alla tela, richiedendo concentrazione, silenzio, meditazione. La pittura monocromatica di questi artisti poteva superficialmente essere assimilata ad esiti da altri luoghi del mondo, come il bianco su bianco dello statunitense Ryman, le grandi campiture di colore di Rotchko, mentre l’utilizzo di elementi della natura, come rocce, o di produzione industriale, come l’acciaio, poteva richiamare quei movimenti occidentali che si definirono Minimalismo, Strutture Primarie, Land Art, Arte Povera. Differenti però erano le basi di pensiero e cultura. Soprattutto l’esigenza, degli orientali, di una ritrovata armonia con la natura, dove l’individuo fosse parte del tutto dell’universo. Senza atteggiamenti aggressivi, senza promozione del prodotto industriale, senza porre comunque l’artista al centro della narrazione. La mostra di Lee Ufan alle Procuratie vecchie si dispiega in otto sale che ripercorrono cronologicamente l’evoluzione della sua opera, a partire dalle serie “From point” e “From line”, in cui il pennello scorre sulla tela, posta orizzontalmente, mentre l’artista trattiene il respiro. Il segno si conclude con l’esaurimento del colore. Nelle sale successive si può seguire lo sviluppo di un percorso in cui Lee Ufan, attraverso cicli di opere che si chiamano “From Winds”, “With Winds”, “Correspondance”, “Dialogue”, “Response”, continua a confrontare il segno pittorico col tempo e lo spazio, il vuoto e il caos, la materia e l’assenza. Aumenta col tempo la necessita di rapportarsi con l’architettura dei luoghi e di dare all’opera una dimensione tridimensionale, chiedendo al visitatore di esercitare un ruolo attivo, muovendosi attorno e, a volte, dentro la stessa. Le opere diventano installazioni, che Lee Ufan intitola “Relatum”, termine filosofico che, per lui, indica la relazione tra elementi naturali, industriali, lo spazio e l’azione del fruitore. La mostra termina con un’opera in cui due pietre di provenienza locale sono poste ai lati di una lastra d’acciaio. Camminando sulla lastra il visitatore vede il soffitto della stanza, la sua immagine e, oltre la finestra, piazza San Marco, in un percorso tra natura, interiorità, storia.

Visitando la mostra di Lee Ufan è possibile e doveroso vedere, in sale adiacenti, quella, molto interessante, dedicata ad Alighiero Boetti (1940-1994), uno dei più importanti artisti italiani del secondo Novecento.  

La seconda mostra dedicata ad artisti orientali è al Fondaco degli Angeli. Qui l’architetto francese Jean Michel Wilmotte ha restaurato lo spazio di un antico cantiere navale ricavandone una suggestiva sede, gestita da una fondazione a lui intitolata, che ospita esposizioni d’arte, architettura, fotografia. Ora è il turno del giapponese Kan Yasuda (1945) che ha il suo laboratorio a Pietrasanta. Realizza sculture in marmo che, con una lunga lavorazione, si presentano senza asperità, quasi organiche. Le forme estremamente lisce, tondeggianti, possono essere accostate a certe opere di Hans Arp o Constantin Brancusi. Ma i lavori di questa mostra hanno un’altra caratteristica: quella di cercare un rapporto col visitatore, di invitarlo ad abitarle. Non a caso si intitola “Isole del silenzio”. Nello spazio centrale sono disposte sul pavimento, quasi al buio, con illuminazione radente che sembra staccarle dal suolo. Alcune sono concave, quasi uterine e invitano alla sosta, a sedersi su di esse o meglio a sdraiarsi e concentrarsi sul silenzio, a riacquistare il senso dello spazio e scoprire quell’idea del vuoto che è così presente nell’arte e nella cultura del Giappone.

La terza mostra si svolge in un luogo suggestivo: il palazzo Soranzo van Axel. Costruito a fine ‘400, ha aspetto tardogotico, fiancheggiato da canali. Ora è una sede espositiva dotata di tutti i dispositivi adeguati e ospita una personale dell’artista cinese Su Xiaobai (1949), realizzata in collaborazione col LACMA, Los Angeles County Museum of Art. Anche nel caso di Su si realizza una commistione tra cultura orientale e occidentale, quando l’artista si trasferisce a studiare all’accademia di Dusseldorf, dove ancora aleggiava lo spirito di Joseph Beuys. Confrontandosi con gli artisti locali, in particolare Gerard Richter, passò da un’arte figurativa, che subiva ancora l’influenza del realismo socialista, a un tipo di espressione che fondeva la tradizione cinese con la ricerca non figurativa occidentale. Il passaggio avvenne in un successivo viaggio in Cina, in cui riscoprì l’antica tradizione orientale del dipinto su lacca, una sostanza ricavata dalla linfa di un albero. Il suo lavoro ora consiste nel dipingere strati di lacca su vari supporti, con un’opera di ricerca incessante sui pigmenti e l’uso di diverse tecniche per far emergere fessurazioni, striature sulla superficie. Le opere non si possono definire monocromi perché prive di uniformità. Il colore sottostante continua a vibrare, a emergere attraverso le crettature. In linea col titolo della mostra, l’artista cinese si muove come un alchimista, trattando la lacca, le polveri colorate e i materiali a creare un brodo liquido che poi disporrà, strato su strato, sul supporto, che lavora anche manualmente con vari strumenti. Il risultato finale non sarà mai predeterminato e sarà sempre diverso, giocando con la luce e il colore. I suoi lavori ispirano un senso di quiete, richiamano atmosfere poetiche. L’allestimento a palazzo Soranzo van Axel è particolarmente curato, le opere dialogano con l’architettura gotica, gli affreschi, i camini, i pavimenti. Con leggerezza, nonostante le dimensioni e il peso. Dato che non è consentito l’utilizzo di chiodi e viti sono state usate particolari tecniche, che le fanno apparire fluttuanti, come in sospensione, altre distese a terra. Il pavimento di una stanza è stato rivestito di vetri di murano su cui le opere si riflettono, omaggio alla città di Venezia e all’acqua. Su Xiaobai ha anche recuperato migliaia di tegole di antichi edifici cinesi, che ha dipinto con lacche coi colori tradizionali, rosso e nero. Circa trecento di esse sono in sospensione in una camera, appese con fili di nylon, in un mix di armonia e leggerezza.

Tre artisti orientali che hanno saputo fondere la loro cultura e quella occidentale, e ci invitano su strade di silenzio, meditazione, senza rinunciare alla ricerca di quella armonia che può nascere dall’interiorità e da un rapporto pacificato con l’universo. Di cui abbiamo sempre più nostalgia.

 

 SAURO SASSI

 


 LEE UFAN

PROCURATIE VECCHIE – PIAZZA SAN MARCO

FINO AL 22 NOVEMBRE 2026

ORE 10-18 CHIUSO LUNEDI’

BIGLIETTO INTERO EUR 15. RIDOTTO EUR 10 OVER 65 E FINO A 30 ANNI, POSSESSORI CARTA VENEZIA UNICA. ALLO STESSO PIANO E CON LO STESSO BIGLIETTO E ORARI E’ POSSIBILE VISITARE LA MOSTRA DEDICATA AD ALIGHIERO BOETTI, UNO DEI GRANDI ARTISTI ITALIANI DEL SECONDO ‘900

 

KAN YASUDA – ISOLE DEL SILENZIO

FONDAZIONE WILMOTTE – CORTE NUOVA, FONDAMENTA DELL’ABBAZIA, CANNAREGIO 3560

FINO AL 22 NOVEMBRE 2026

ORE 10/12.30 14/18 CHIUSO LUNEDI’

INGRESSO LIBERO

 

SU XIAOBAI’S ALCHEMICAL UNIVERSE

PALAZZO SORANZO VAN AXEL

CANNAREGIO 6099,6071,6072

FINO AL 22 NOVEMBRE 2026

ORE 10/18 CHIUSO MARTEDI’




Post a Comment

Nuova Vecchia