L’Italia della paura. Alcuni primi effetti della nuova politica migratoria (parte III)

di Leo Palmisano


Le nuove politiche di contrasto degli ingressi: Berlusconi e Gheddafi a braccetto

Non vi è, attualmente, una configurazione precisa dei rapporti tra Ue e paesi del Maghreb che possa consentire l’individuazione di una strategia comunitaria di confronto con i paesi della riva sud del Mediterraneo in materia di migrazioni. Si continua a far riferimento al trattato di Barcellona del 1995, quantunque l’affermazione della globalizzazione dopo l’11 settembre abbia ormai indebolito quel trattato e rafforzato l’iniziativa dei singoli Stati. I governi nazionali affrontano autonomamente, con relazioni bilaterali, il tema, secondo le inclinazioni politiche del momento. Recentemente, il governo Berlusconi ha intrapreso una campagna di accordi internazionali con il colonnello Gheddafi, detentore di almeno un paio di milioni di immigrati desiderosi di allontanarsi dal continente africano per arrivare in Europa dall’Italia. La scelta di condividere con il presidente libico questa nuova politica pare essere dettata, invero, da interessi di altra natura, celati dietro la costante minaccia di vedere arrivare sulle coste italiane ondate di centinaia di immigrati a settimana. E invece, proprio nell’estate scorsa, dopo aver stretto un accordo sul pattugliamento comune del Mediterraneo, sono riprese le disperate partenze di barconi dalla Libia, alcune delle quali tragicamente conclusesi con l’affondamento dei natanti – complice l’inerzia di Malta - e il decesso di decine di migranti.

Tu non hai idea di che cosa significa per noi attraversare il Meditteraneo dalla Libia. Campi di concentramento. La polizia del mio paese mi disse che se volevo partire indisturbato dovevo andare da Gheddafi. Ci ho messo quasi tre anni a venire in Italia. Per due anni ho fatto lo schiavo in Libia. Mi hanno fatto di tutto. E non ti dico cosa sono capaci di fare alle donne! E quando sono partito, ho trovato una bella accoglienza a Lampedusa. Militari e polizia dappertutto. Il nostro destino ormai è essere messi sempre in un campo. Voi vi fidate di Gheddafi, ma vi rendete conto di cosa è capace di fare quell’uomo? (Marocchino, 42 anni, in attesa di espulsione).

Pare ormai essere chiaro a tutti che questi accordi non fanno che trasformare il Mediterraneo in un cimitero d’acqua, dove riposa un numero incalcolabile di morti. Si è aperto un conflitto umanitario nel bacino, che vede da una parte Berlusconi e Gheddafi alleati nella guerra ai clandestini, dall’altra le popolazioni migranti che aspirano ad un futuro di relativo benessere. Il grande assente è l’Onu, il cui compito dovrebbe essere quello di garantire il rispetto minimo dei diritti umani. Tutto questo mentre nel volgere di un decennio numerose inchieste e saggi (tra gli altri segnaliamo un nostro contributo: Palmisano, 2005) hanno messo in luce il ruolo da ‘magnaccia’ giocato da Gheddafi nella gestione del traffico di esseri umani nel Mediterraneo: ruolo rafforzato dagli accordi con l’Italia e speso nel continente africano per rafforzare la nuova retorica pan-africanista del colonnello libico. In Italia, invece, la lotta al migrante costruisce una nuova identità nazionale ancora tutta da esplorare, ma la cui origine culturale e materiale, come già accennato precedentemente, è tutta settentrionale.

È allora evidente come due autoritari capi di Stato in deficit di credibilità internazionale, usino la carta della sicurezza internazionale per coprire la natura economico-demagogica del proprio accordo: Gheddafi otterrà dall’Italia la formazione militare delle proprie forze di polizia e un solido appoggio nei consessi internazionali, Berlusconi forniture a basso costo di idrocarburi e un solido appoggio nella nuova guerra ai migranti.


Conclusioni

Questa nostra prima perlustrazione sulle ricadute delle politiche di esclusione sociale e culturale dei migranti in Italia, ci offre già l’idea di una condizione diffusa tra questi ultimi, di una paura rinnovata e concreta. L’immigrazione magrebina ha costituito per oltre un decennio un punto di forza del mondo del lavoro in Italia, è grazie a questi migranti che una parte consistente dell’industria e dell’agricoltura italiana ha continuato a produrre a pieno regime, riducendo colpevolmente il costo del lavoro ed azzerando la sicurezza sul lavoro. Adesso, in piena crisi di produttività e di fronte alla penuria di capitali investiti dalle banche nazionali ed estere nelle imprese, i migranti diventano intollerabili parassiti, una minaccia per la sicurezza locale – quindi nazionale -, agenti patogeni da estirpare e rinviare al destino del rimpatrio.

È del tutto evidente che si debba approfondire la conoscenza della tendenza del governo italiano a modificare gli atteggiamenti culturali degli autoctoni quando l’economia non tira più. La nuova combinazione tra elementi sovrastrutturali e strutturali del sistema Italia, pare trovare fondamento nella necessità di distrarre la popolazione autoctona dalla incapacità delle proprie classi dirigenti ad affrontare temi quali: 1) lo sviluppo economico; 2) il rispetto dei diritti umani; 3) la riaffermazione della democrazia. Di fronte a questo deficit di capacità, prende il sopravvento una politica repressiva popolare, tanto più pericolosa perché dagli effetti di lunga durata del tutto imprevedibili ed ingovernabili. Si rende allora necessario continuare ad analizzare il rapporto stretto tra le forme della repressione culturalmente orientata dall’esclusione (le ronde, la delazione, i pogrom legalizzati) ed il potere mediatico berlusconiano nelle forme della demagogia: un rapporto mai dialettico, ma di reciproco rinforzo.


Bibliografia

Andria L., Pace R. et Palmisano L., 2007, Associationisme et entreprenariat ethnique: vers un modèle complexe d’intégration sociale des immigrés dans une ville méditerranéenne, in Audebert C. et Ma Mung E. (sous la direction de), Les nouveaux territoires migratoires: entre logiques globale set dynamiques locales, Humanitarian Net, Publications de l’Université de Deusto, Bilbao, Espagne.

Guattari F,

Musette M. S., 2006, (sous la direction de), Les Maghrébins dans la migration internationale, Cread, Alger.

Palmisano L., 2005, La soglia labile del Sud: centroafricani in Tunisia, in Segno, 261, Palermo.

Simon Catherine, 2008, La mise au ban des clandestins, in L’atlas des migrations, les routes de l’humanité, Le Monde-La Vie, Paris.

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