BERLINDA DE BRUYCKERE A VENEZIA: ARCANGELI UMANI E CITTA' DEL RIFUGIO
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Sono venuti, negli anni passati, artisti importanti come Ai Weiwei, Michelangelo Pistoletto, Anish Kapoor, Jaume Plensa. Bisogna avere grandi qualità ed anche umiltà ed empatia per confrontarsi con gli spazi di Palladio e i capolavori di Tintoretto e di altri grandi pittori e in effetti, a volte, i risultati sono un po’ dubbi. Non è il caso della de Bruyckere, che coglie il desiderio profondo dei monaci di offrire questi spazi stupendi per una profonda riflessione sulla condizione umana, il bisogno di reciproco aiuto, di solidarietà, alla ricerca di un equilibrio in questo universo dissociato. Il titolo della complessa esposizione, che si articola con lavori differenti nei diversi spazi, è “City of Refuge III” e deriva da una canzone di Nick Cave. E’ la terza di una serie in cui, come nel testo di Cave, si invoca un luogo protettivo, un rifugio in un mondo violento e ingiusto. Così nella chiesa sono dislocate grandi statue che si chiamano “Arcangeli”. Sono figure complesse, fatte di metallo, resina, peli animali, cera, silicone. Poggiano su un alto piedistallo irregolare e hanno davanti uno specchio inclinato che ne replica l’immagine. Hanno il volto coperto, appaiono precari, né trionfanti né combattenti, come in molta sacra iconografia. Né ribelli, come nelle opere di Kiefer. Sono umani, sofferenti.
Sembrano invitare a unirsi, in una sorta di processione dietro un grande stendardo che non ha segni di riconoscimento e che quindi può rappresentare l’intera umanità. L’artista ha detto che l’idea degli arcangeli le è venuta pensando agli infermieri che soccorrevano le persone al tempo del Covid e dall’immagine di un quadro di Giorgione, “Cristo morto sorretto da un angelo”: in primo piano il corpo esangue e, dietro di lui, l’angelo che lo copre con le braccia. Nella sacrestia la de Bruyckere ha inserito tronchi d’albero fusi in cera su vecchi tavoli per saldatura. L’opera suggerisce un’idea di morte della natura, un paesaggio desolato. La speranza è nel quadro in fondo, la “Presentazione di Gesù al Tempio” del Salviati, che suggerisce l’idea della resurrezione e quindi della rivincita della vita.
Proseguendo il percorso si giunge davanti al bellissimo coro, di intagliatore fiammingo. Sul grande leggio l’artista ha posto un libro le cui pagine sono state cucite con sottili fili dorati, negandone la funzionalità, racchiudendone il mistero. Nel corridoio delle gallerie del monastero la De Bruyckere ha realizzato una serie di vetrine murali con sculture che si riferiscono agli intagli del coro sulla narrazione di un episodio della vita di San Benedetto, narrata da Gregorio Magno: di come il santo si rotolò a lungo in un roveto irto di spine per vincere la tentazione carnale. Le vetrine contengono rami, pelli scorticate, parti del corpo ferite, fuse in cera: riferimento al dolore fisico che impregna l’umanità (e non si può non pensare a Gaza). Un’altra sala contiene calchi di pelli di animali accatastate, ricordo dell’esperienza sconvolgente della visita a un mattatoio in Belgio. A parete, un gruppo di collage rossi della serie “It almost seemed a lily”, ispirate alle metamorfosi di Ovidio, libro fondativo, per la de Bruyckere, nella narrazione dei passaggi da vita a morte, da umano a animale, vegetale, minerale. Apollo si innamorò di Giacinto ma un giorno, mentre giocavano al lancio del disco, il bellissimo giovane fu colpito al capo e morì e Apollo lo trasformò in fiore, rosso come il suo sangue.
Nell’ultima sala un arcangelo, disteso su un grande piedistallo che potrebbe essere una bara. E’ morto lui oppure vuole ancora proteggere un essere umano chiuso nella bara?
SAURO SASSI
BERLINDE DE BRUYCKERE – CITY OF REFUGE III
EVENTO COLLATERALE 60° BIENNALE ARTE VENEZIA
FINO AL 24/11/2024
VENEZIA ABBAZIA DI SAN GIORGIO MAGGIORE ISOLA DI SAN GIORGIO
MARTEDI’ DOMENICA 10 - 18ENTRATA GRATUITA.
VAPORETTO LINEA 2 DA STAZIONE CENTRALE O DA SAN MARCO/SAN ZACCARIA
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