Il tempo della musica




di Giuseppe Gavazza

Quanto dura una musica?
Quanto dura un suono, un tempo di sonata, un brano, un ciclo di brani, un genere, un repertorio, un autore?

Di una breve conversazione in treno mi è rimasta una frase: "l'arte visiva crea tempo, la musica crea spazio". La frase mi è tuttora un po' misteriosa ma è interessante e genera riflessioni e discussioni.

Ho avuto occasione e tempo per riflettere sul tempo della musica in occasione di un buon festival di musica contemporanea: a Mönchengladbach, in Germania, Festival Ensemblia, 5 giorni ad alta densità di musica nuova, una trentina di concerti, più di 50 compositori, in tutte le ore del giorno e della sera, in diversi e differenti spazi della città: sale da concerto grandi e piccole, chiese, cripte, negozi, caffè, gallerie commerciali, wasserturm (torri deposito d'acqua), scale di tribunali, musei e minuscole gallerie d'arte.

Non partecipavo ad un festival in maniera intensiva da alcuni anni: un festival specializzato è per la musica quello che una fiera specialistica è per altri ambienti e altri mestieri: occasione di aggiornamento, di nuove conoscenze, di reincontri, scambi, pubbliche relazioni.

Ensemblia è un festival annuale nato nel 1979: quest'anno festeggiava i 30 anni. Non pochi per un festival di musica inconsueta e poco diffusa.
L'occasione dei 30 anni di un festival dedicato alla contemporaneità mi ha fatto riflettere sul tempo della musica. Quanto dura un evento “contemporaneo” ? Il suono è “per sua natura fisica” contemporaneo perché quando lo ascoltiamo è già svanito, così come contemporaneo è l'atto inventivo e creativo. Riporto la citazione del lavoro di Maurizio Nannucci "All art has been contemporary", una scritta letta all'ingresso della GAM di Torino (giustamente Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea, qui la C non compare nell'acronimo credo solo per una migliore leggibilità fonica).

Ho riflettuto e mi sono chiesto: “La musica nuova e contemporanea di 30 anni fa è nuova e contemporanea ancora oggi?” Se tutta l'arte è stata contemporanea a maggior ragione – considerando la natura fisica del suono - tutta la musica deve essere contemporanea.
Però, nelle tante categorizzazioni della musica esiste un piccolo capitolo specialistico per la Musica Contemporanea, anche individuata come Classica Contemporanea (ossimoro che non mi piace) per indicare una continuità con la tradizione classica e radici diverse dalle tradizioni musicali che innervano la musica più diffusa e commerciale.
Quindi esistono i Compositori Contemporanei, che sono pochi e sparsi per il mondo e ogni tanto si ritrovano in occasioni - come i festival - ad ascoltare e far ascoltare i propri suoni nuovi, finora forse taciuti, inascoltati, talvolta quasi inudibili e altre volte inascoltabili.

Un modo di usare i suoni per far musica che i più neppure sospettano e che sembrerebbe certamente inconsueto e almeno strano alle orecchie dei più: ma come ho ritrovato ad Ensemblia molti dei suoni ascoltati 30 anni fa, ho trovato molti suoni e idee nuove e – sopratutto - ho verificato che quei suoni inconsueti di 30 (e più) anni fa senza far rumore sono usciti dal piccolo giardino della Musica Contemporanea, sono germogliati e cresciuti anche nella musica più conosciuta e diffusa.

Aprite bene le orecchie e ascoltate con attenzione: sotto la confezione standard di molte canzoni si possono ascoltare suoni che anni fa non c'erano. Attingendo a Varese, Schaeffer, Stockhausen, Ligeti, Berio, Cage, due incipit indimenticabili, solo due esempi tra tanti: il registratore di cassa dei Pink Floyd (Money, 1973) ed il tu-tuu telefonico della Penguin Cafe Orchestra (Telephone And Rubber Band, 1981) sono stati semi fertili. Oggi (magari non a proprio a Sanremo) ascoltiamo in tanta musica di grande diffusione una tavolozza di suoni larghissima, un mondo di suoni musicali. Un esempio per tutti: Björk. E poi musicisti ben conosciuti da un pubblico giovanile internazionale come Oval, Pansonic, Murcof, Matmos, Mouse on Mars, Biosphere,…

Altri semi per l'arte ho visto seminare dal pubblico nell'intervento Soil Practice, ieri, 28 maggio, qui a Torino, dagli artisti Andrea Caretto e Raffaella Spagna per la mostra Music for a long time una retrospettiva: semi reali in terra reale e fertile messa sul terrazzo della galleria come work più che mai in progress, per un altro compleanno musicale importante, i primi 10 anni della galleria e/static – blank, che propone altri spazi e altri tempi per i suoni e la musica. Il suono si affianca alle arti visive, esce dalla sala da concerto proponendo tempi e spazi diversi per l'ascolto.
Un ascolto che non finisce con il suono, anzi che inizia proprio quando il suono finisce e va avanti per un tempo che auguriamo lunghissimo.

silence = death: lunga vita alla musica, lunga vita alla vita.

Tag: suono, musica, spazio, tempo, contemporaneo
Links:
Gli spazi della musica in rete
(Ears with shut che state leggendo)
http://www.ensemblia.de/
http://www.estatic.it/

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