La Tunisia nell’oblio democratico

di Leonardo Palmisano


La luna ingrandisce, in questi giorni. Si apre la ciglia che ha chiuso il ramadàn come un occhio sul Maghreb ancora infiammato dalla guerra. Non soltanto la Libia, i cui destini si incrociano cinicamente con quelli delle più importanti compagnie petrolifere europee (Eni e Shell, per esempio), ma ancora l’Egitto e ancora la Tunisia.


E poco lontano Israele, dove a Tel Aviv la società risponde più che altrove alle disuguaglianze scendendo in piazza e mettendo in crisi il regime. Mentre scriviamo, da poco è finito il ramadàn e i bambini hanno festeggiato l’Eid el fitr con abiti nuovi. Si è chiuso il ciclo delle feste, per il momento, dentro l’immiserimento generalizzato di questi luoghi infiammati da un’estate particolarmente torrida e da una primavera che ha scosso il mondo mediterraneo mostrando le debolezze del sistema Europa e il volto cinico dei suoi gendarmi. È strano raggiungere Tunisi a cose fatte, a rivolta avvenuta, e non rivedere più il consueto volto di Ben Alì campeggiare ovunque. Come se una rimozione coatta, un gesto imperioso e sfacciato quanto la sua tracotante presenza, ne abbia decretato l’assenza per sempre.


Lo vediamo soltanto sulle copertine dei tanti libri che lo sbeffeggiano, messi in fila nelle vetrine delle librerie su avenue Bourguiba o all’aeroporto. Vediamo il suo volto bonario, da pataccaro della politica, nell’atto di accudire un paese morso dalla fame di democrazia e di lavoro. Lo vediamo com’era allora, qualche mese fa: un buon padre per i tunisini e un buon marito per quella Leyla Trabelsi, sua moglie, che tanto si è arricchita con le imposte e i traffici a danno dei tunisini. Da manifesto a copertina di libro: la discesa di Ben Alì è tutta qui, condensata nella storia che lo ha travolto e che in pochi mesi lo ha consegnato all’oblio, se non alla morte.


Siamo attoniti, arrivando all’aeroporto, dalla messe di bandiere tunisine poste adesso dov’era il suo dittatore. Siamo stupiti di non dover più irridere circospetti quel volto grasso e porcino, imbolsito dalla ricchezza e da un certo logorio da potente. Non dobbiamo più torcere il naso, fare smorfie e nascondere la nostra avversione radicale verso qualunque esibizione di autocrazia. Ora possiamo guardare le belle bandiere biancorosse della Tunisia e restare perplessi, perché quei drappi altro non sono, come capiremo presto, che il segno di una transizione senza governo; e il loro sventolio altro non è che il simbolo di una Tunisia in balia dei mercati, delle agenzie turistiche straniere, dei ricchi libici che vi soggiornano in attesa di rimpatriare da dominanti.


L’impatto con il nuovo volto della Tunisia è questo: un esercito di bandiere e un manipolo di incredibili parassiti, finti tassisti che esercitano il mestiere di scippare i clienti ai tassisti ufficiali, come quotidianamente avviene ad Algeri per esempio e chissà dove altro. Anche questo immiserimento nei rapporti è nella decadenza di un paese piombato in dieci anni in una nuova povertà gravida di disuguaglianze e fratture sempre più acute tra città e campagna, costa e interno.


Ma la miseria urbana, che c’è ed è davvero visibile, nasconde quello che solo a leggere la stampa locale tra le righe e solo contattando il sud emerge. Oltre Tunisi, alle porte del deserto, governa l’esercito. Le armate tunisine impongono secondo la volontà del loro capo il coprifuoco nel governatorato di Tatauoine, per esempio, dove una bambina di quattordici anni è stata uccisa da colpi di militari due settimane fa. E dove, mentre scriviamo, vengono uccisi a colpi di mitra tunisini in fuga dalla miseria e libici che non riescono più a sopportare un esilio interminabile. A Douz viene imposto il coprifuoco. A Douz, nella grande pacifica piazza dove un pino non ce la fa a rivaleggiare con le altissime chiome del grandioso palmeto da dattero, i cittadini non possono uscire, le botteghe sono chiuse e nelle case regna il silenzio del terrore. In questo clima il sud della Tunisia aspetta di andare al voto tra poco più di un mese.


Fino a due settimane fa, soltanto il cinquantadue per cento degli aventi diritto si era iscritto nelle liste elettorali. Per disaffezione, certo, ma anche per timore di un ritorno della dittatura. I partiti nascono come funghi, le elite politiche si costruiscono attorno a interessi e ideologie parziali, ma quell’effervescenza che c’era durante la bruciante rivoluzione tunisina non c’è più. I fautori delle liste si riuniscono in appartamenti privati, acquartierati nelle loro discussioni lontano dal clamore delle strade della capitale e dal piombo dell’esercito. Così la Tunisia si appresta il 23 ottobre a celebrare per la prima volta il rito democratico di una elezione libera.



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