MARK ROTHKO A FIRENZE. UNA MOSTRA NECESSARIA
Il rinascimentale palazzo Strozzi di Firenze ospita una importante mostra di
Mark Rothko (Russia, 1903 - New York, 1970), curata da Elena Geuna e dal
figlio dell’artista, Cristopher. Si intitola “Rothko a Firenze” perché, dopo quella
monumentale, “totale” della Fondazione Louis Vuitton a Parigi, tra 2023 e
2024, sposta l’attenzione su un aspetto particolare della sua produzione e del
suo pensiero, che è il rapporto con l’arte italiana, da quella antica fino al
Rinascimento. In questo momento proporre l’opera di Rothko è importante
perché la sua pittura è un antidoto al flusso enorme di immagini che ci
sommerge; un invito a fermarsi, a recuperare il senso dell’attenzione,
all’introspezione, all’interrogarsi sulla sostanza del nostro essere: insomma,
un fatto poetico, politico, morale. Lo stesso Rothko raccontava di persone che
piangevano davanti ai suoi quadri, che erano l’esatto contrario dell’arte pop.
Non riproduzione di oggetti della quotidianità da riconoscere
immediatamente, non (parola oggi orribilmente storpiata) “icone” ma superfici
vibranti, in cui immergersi per vedere, oltre il mondo esterno, quello della
nostra interiorità. La mostra di Firenze è fondamentale per comprendere
l’amore di Rothko per una città che, tra ‘300 e ‘500, fu una fucina incredibile
di produzione artistica e di idee. In particolare due artisti lo hanno segnato:
Beato Angelico e Michelangelo. Quando venne la prima volta a Firenze, nel
1950, passò un intero pomeriggio e un mattino al convento di San Marco, ad
ammirare i dipinti e gli affreschi del frate. Vi trovò purezza del colore, luce,
spiritualità. Lo affascinarono gli affreschi realizzati nelle celle dei frati: una
singola opera che poteva essere fruita da una sola persona, nel silenzio. Gli
sarebbe piaciuto che lo stesso processo caratterizzasse la visione dei suoi
quadri. Probabilmente aveva già visto in foto ma rimase altrettanto colpito dal
vestibolo della Biblioteca Laurenziana di Michelangelo: una grande scala,
false finestre, scansione verticale dello spazio con le alte colonne, toni del
bianco e del grigio. Se ne ricordò quando progettò la decorazione delle pareti
del “Four Season Restaurant”, nel grattacielo Seagram di New York: voleva
creare uno spazio claustrofobico, dove gli avventori, ricchi e potenti,
venissero costretti a subire l’imponenza dei quadri, che li costringessero a
sentirsi chiusi, a considerare la vanità delle loro esistenze. Nel 1958 cominciò
il lavoro, ricevendo un ingente compenso, ma nel 1959, dopo un altro viaggio
in Italia, recandosi al Four Season con la moglie, capì che quell’ambiente e
quelle persone avrebbero sopraffatto i suoi quadri, li avrebbe ridotti alla
stregua di decorazioni: rese l’anticipo e annullò la commissione. Oggi
finalmente ritorna nei suoi luoghi dell’anima, in due estensioni della mostra di
palazzo Strozzi: a San Marco, cinque quadri dialogano con gli affreschi di
Beato Angelico; alla Biblioteca Laurenziana due studi preparatori per i
pannelli Seagram si confrontano con l’architettura di Michelangelo. A Palazzo
Strozzi una settantina di opere, con prestiti da musei come MOMA,
Metropolitan, Tate Modern, Pompidou dipanano un percorso cronologico ed
emozionale (cromatico). Si inizia con un autoritratto del 1936 e altre opere
figurative. Rothko, povero, compì studi d’arte da autodidatta, frequentò
assiduamente i grandi musei americani, e fece intensi studi filosofici e
letterari, interessandosi in particolare della tragedia antica. Le opere nella
prima sala sono tutte figurative, dove introduce lo schema di figure come
inscatolate in strutture costrittive e riferimenti al surrealismo, oltre che ad
artisti come Rembrandt, Goya e Matisse. A questa prima fase seguì un
periodo di silenzio e studio da cui Rothko uscì iniziando ad elaborare il suo
nuovo stile, che consisteva in una eliminazione delle figure e un passaggio
all’astrazione. Inizialmente erano blocchi di colore fluttuanti, indefiniti (che
furono chiamati Multiforms). Questa fase durò all’incirca dal 1946 al 1949,
anno in cui raggiunse la maturità stilistica, il linguaggio fatto di rettangoli
verticali e orizzontali fluttuanti sulla tela, una pittura che si alleggerisce,
diventa meno densa e matericamente stratificata. Aumentano le dimensioni
e, negli anni fino al 1954 entra in quello che per alcuni è il periodo aureo della
sua arte. I quadri sono luminosi, con colore giallo, arancio, appaiono gioiosi
anche se Rothko ne sottolinea il dinamismo e la funzione drammatica della
luce che sembrano emanare. Comunque, non volendo che la sua arte
apparisse decorativa, passa a colori più attenuati, blu e verdi, mentre la sua
fama cresce e sarà tra i protagonisti del padiglione degli USA alla Biennale di
Venezia del 1958. Finora nel percorso espositivo abbiamo incontrato dipinti a
olio. Ci sono poi due piccole sale con lavori su carta, bozzetti per le
commissioni dei quadri per le pareti del ristorante Four Season e per
l’università di Harvard realizzati con tempera, inchiostro, grafite. Rispetto ai
grandi quadri emerge il suo studio delle proporzioni, sicuramente frutto della
considerazione delle architetture antiche viste in Italia. Dopo la vicenda della
commissione dei murali per il ristorante, che Rothko non volle consegnare
rinunciando a un grosso compenso (ricostruita anche nell’opera teatrale
“Red” di John Logan, che ha avuto molto successo anche in Italia) emerge
nei suoi lavori il colore rosso, per lui drammatico, che aveva ammirato
nell’opera del 1911 di Matisse “L’atelier rouge”, che rivedeva frequentemente
al MOMA, e anche negli affreschi di Pompei. La prevalenza del rosso
caratterizza le opere della prima metà anni ’60 a cui segue, tra 1964 e 1967,
la commissione dei miliardari di origine francese coniugi de Menil per inserire
propri lavori in una cappella da realizzare a Huston. Rothko vide la possibilità
di poter esporre le sue opere in uno spazio solo ad esse destinato e volle che
avesse forma ottagonale, come gli antichi battisteri visti in Italia. Realizzò 14
grandi tele, dove prevalevano le tinte scure e il nero. Si dice che, dopo che
per la prima volta, a causa di problemi di salute, aveva dovuto servirsi di
assistenti, lasciasse agli altri le stesure dei colori e lui intervenisse soltanto
per dipingere col nero, che era sempre più predominante. La cappella non
doveva essere attribuita ad una confessione ma ecumenica, aperta a tutte le
religioni. Rothko, di origini ebraiche, voleva fosse un luogo di spiritualità
aperto a tutti. Al centro, quattro semplici panche per sedersi, guardare i
quadri, illuminati da luce proveniente dall’alto, e trascorrere tempo in questo
spazio umano e sacro, come i frati nelle celle dipinte da Fra’ Angelico.
Purtroppo ritardi nella realizzazione architettonica gli impedirono di vederla
compiuta. La penultima sala della mostra di Firenze è dedicata a lavori che
Rothko eseguì per un’altra commissione, questa volta dell’UNESCO, per uno
spazio da condividere con sculture di Alberto Giacometti. In questo periodo
aumentavano i suoi problemi di salute e anche il suo stato depressivo.
Realizzò la serie “Black and Grey”, usando per la prima volta colori acrilici
che rendono la pittura meno luminosa, più opaca. Introdusse anche uno
spazio bianco che delimitava i bordi dei quadri, che in passato erano
rigorosamente privi di cornice perché dovevano creare uno spazio non
delimitato ma esteso, che invitasse il visitatore ad avvicinarsi, entrare
nell’opera. La mostra però si conclude con una sala sagomata a forma
ottagonale in cui sono esposti grandi lavori su carta. Qui, ad opere ancora
fortemente scure, quasi nere, si aggiungono lavori su toni tenui, azzurri, terre
di siena, rosati. Opere anch’esse realizzate nel suo ultimo anno di vita, dove
ritorna ai colori degli affreschi visti in Italia, soprattutto di Beato Angelico, a
chiudere un viaggio umano che si conclude col più drammatico dei suoi rossi:
la pozza di sangue in cui fu trovato nel suo studio, dove si tagliò le vene dei
polsi. Il suicidio di Rothko, come quello in precedenza di Arshile Gorky,
anch’egli immigrato, e quello in altre forme di Jackson Pollock, evidenziano la
difficoltà di questi artisti di adattarsi a un mondo dove i valori etici erano
accantonati in nome dell’estetica del consumo. I mondi che Rothko voleva
aprire dentro e oltre la tela si chiudono, così come l’umanesimo. Ci resta il
suo sogno, la tensione trattenuta ma non per questo meno forte che vibra
ancora oggi nelle sue tele.
SAURO SASSI
ROTHKO A FIRENZE
FIRENZE, PALAZZO STROZZI
DAL 14/03 AL 23/08/2026
TUTTI I GIORNI 10.00-20.00 GIOVEDI’ 10.00-23.00
BIGLIETTO INTERO EUR 15. RIDOTTO EUR 12 (CLIENTI INTESA
SANPAOLO CON TESSERA BANCOMAT O CARTA DI CREDITO, SOCI
COOP, MINORI 30 ANNI, BIGLIETTI TRENITALIA DESTINAZIONE
FIRENZE, POSSESSORI BIGLIETTO MUSEO DI SAN MARCO O
BIBLIOTECA MEDICEA LAURENZIANA, ALTRE CONVENZIONI. EUR 5
RAGAZZI DA 6 A 18 ANNI.
LA MOSTRA SI ESTENDE AL MUSEO DI SAN MARCO E ALLA
BIBLIOTECA MEDICEA LAURENZIANA
ORARI BIBLIOTECA MEDICEA LAURENZIANA: LU/VE 10-13 CHIUSO
SABATO E DOMENICA. BIGLIETTO EUR 7, EUR 5 SE VISITATA LA
MOSTRA A PALAZZO STROZZI
MUSEO DI SAN MARCO: DA MARTEDI’ A DOMENICA 8.30-13.50
CHIUSO LUNEDI’. BIGLIETTO INTERO EUR 11, RIDOTTO EUR 8 CON
BIGLIETTI DELLA MOSTRA A PALAZZO STROZZI, EUR 2 DA 18 A 25
ANNI


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