Mangiamo quattro piante … o poco più

di Elena Guidi

fonte: peacefulanarko.wordpress.com


Si stima che ci siano tra le 200.000 e le 300.000 specie di piante edibili sulla terra,
eppure ne mangiamo solo circa 200 tipologie. È ancor più sorprendente che oltre il 50%
dell’apporto calorico mondiale ottenuto dalle piante sia fornito da sole quattro specie: riso,
frumento patate e mais.

La dipendenza dell’agricoltura da un così basso numero di specie ha tutta una serie di
impatti non positivi sia sulla salute che sull’ambiente. Molto spesso queste piante sono coltivate come monocolture, un sistema dove la stessa specie è coltivata anno dopo anno. Questo metodo di coltivazione da una parte permette di massimizzare i profitti ma dall’altra può portare alla rapida diffusione di malattie in una piantagione uniforme suscettibile ad un agente patogeno. Come nel caso storico della Grande Carestia d’Irlanda, una singola malattia della patata, la peronospora, infettò e distrusse la maggior parte delle coltivazioni, portando tra il 1845 e il 1949 alla morte per fame di migliaia di persone e alla loro emigrazione fuori dal paese.

L’importanza di coltivare una ampia varietà di piante è fondamentale anche per la nostra salute. È infatti ampiamente riconosciuto (FAO, 2003) che avere un’alimentazione diversificata è importante per avere l’apporto di tutti i nutrienti necessari. Per questo bisognerebbe introdurre nella dieta non solo specie diverse ma anche variare all’interno della stessa specie, ad esempio mangiando diverse tipologie di riso o patate.

Avere un’ampia biodiversità agricola sarà nel breve futuro essenziale per far fronte agli impatti prodotti dei cambiamenti climatici. Ad esempio in India coltivare riso e grano sta diventando un problema perché sono piante non adatte ai climi sempre più caldi e secchi di queste zone. Sarebbe meglio coltivare piante come il miglio, più resistenti alle avversità climatiche, alle precipitazioni limitate e la scarsa fertilità del suolo. Questa scelta però incontra le opposizioni dei coltivatori che non sono disposti a cambiare le loro abitudini agricole, e dei consumatori che vedono il miglio come un “cibo per poveri”.

Nel complesso, la promozione di una maggiore biodiversità agricola attraverso la valutazione di più specie adattate alle caratteristiche climatiche e territoriali delle diverse zone del mondo porterebbe enormi benefici per la salute e permetterebbe di affrontare al meglio le sfide alimentari che ci aspettano nel futuro. Per far sì che ciò accada serve una maggiore apertura culturale e il sostegno delle economie locali durante questa transizione.
 
In fondo il detto dice: “il mondo è bello perché vario”, quindi perché non provare a estendere
lo stesso concetto nell’agricoltura?

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