Alla Biennale d’arte di Venezia del 1990 il Leone d’oro per la scultura fu
attribuito a due fotografi che lavoravano in coppia. Erano sposati e firmavano
i loro lavori Bernd e Hilla Becher. In questo premio c’era un doppio
paradosso: il più evidente era, appunto, il fatto di premiare due fotografi per la
scultura e il secondo che si assumesse la fotografia al livello nobile dell’arte
visiva. Il fatto è che, in quel periodo, era in corso un forte rimescolamento
delle arti, sempre all’ombra di colui che ne ha determinato lo sviluppo nel
ventesimo secolo: Marcel Duchamp. Dopo di lui il lavoro artistico non partiva
dalla produzione di un manufatto ma di un’idea. A questo punto non era
importante il materiale, che poteva essere la pittura, un oggetto, un animale,
un filmato, un testo o, appunto, una o più fotografie, ma il progetto che
giustificava il lavoro, anche in base alla corrente detta “Conceptual art”, che
era sorta negli anni ’70 negli USA con Joseph Kossuth, Sol Lewitt e molti altri.
Per i concettuali l’arte era linguaggio: la scrittura, le immagini, le cose
passavano da una fase visuale ad una di elaborazione mentale, che tendeva
ad escludere la soggettività , la fruizione emotiva. In questo contesto si
inserivano pienamente i Becher, che facevano fotografia industriale, cioè
documentavano quegli stabilimenti, macchine, dispositivi che avevano
segnato il paesaggio della loro nazione e che, a partire dagli anni ’60, in
seguito alla crisi dell’industria pesante, alla crescente devastazione e
inquinamento che lavorazioni legate all’estrazione del carbone avevano
causato, era entrata in una inarrestabile fase di crisi. I grandi manufatti: torri
di estrazione, torri idriche, torri di raffreddamento, gasometri, altiforni,
testimoniavano un’epoca storica ma erano anche presenze architettoniche
forti, quelle che si chiamavano architetture industriali. Dato che anche la
fotografia che le stesse aziende commissionavano per documentare siti e
lavorazioni seguiva questa onda di crisi e interi archivi andavano dispersi,
essi si posero l’obiettivo di rappresentare questo patrimonio che apparteneva
alla storia della Germania e di altri stati di prima industrializzazione. Quello
che li distinse da molti altri fu la determinazione di portare avanti il progetto
per decine di anni e il rigore, che i curatori della mostra presso il MAST di
Bologna riassumono col termine “metodo”, e che attirò l’attenzione dei cultori
di arte contemporanea. Le loro foto dovevano documentare in modo freddo,
oggettivo. In bianco e nero, la luce doveva essere diffusa e uniforme, il cielo
privo di nuvole, la presenza umana esclusa. La mostra è suddivisa in dieci
sezioni: Paesaggi industriali; Impianti industriali; Un oggetto, diversi punti di
vista (svolgimenti); Tipologie; Case; Un oggetto in varie forme di
rappresentazione: le case a graticcio; Sculture anonime; Pubblicazioni e altri
materiali stampati; Bernd Becher: prime opere; Hilla Becher: prime opere. In
più una sezione collaterale: La scuola di fotografia di Dusseldorf. Bernd
(1931-2007) aveva iniziato come pittore e disegnatore, rivelando un grande
talento, in paesaggi un po’ alla Escher. Hilla (1934-2015), che veniva dalla
RDT, come diversi artisti che si affermarono negli anni ’60, passa
all’accademia di Dusseldorf, dedicando i suoi primi lavori a fotografare
sequenze di piante e foglie, dove già emerge la tendenza alla serialità e a
una rappresentazione oggettiva di grande qualità formale. In seguito al loro
incontro il rapporto sentimentale diventa collaborazione artistica e anche
didattica, dato che Bernd insegnava all’accademia ma Hilla partecipava
attivamente alle sue lezioni, aggiungendo un in più di comunicatività che
difettava al compagno. Decidono di affidare la loro ricerca esclusivamente al
mezzo fotografico e, partendo dalla serie delle case a graticcio, iniziano a
girare la Germania su un furgone Volkswagen alla ricerca di architetture
industriali. Da un lato li muoveva il timore che molte costruzioni potessero
essere distrutte e quindi la necessità della velocità ; dall’altro la ricerca di
condizioni ambientali perfette li portava a lunghe sedute attendendo la luce
giusta, e tornando a fotografare gli stessi edifici anche a distanza di tempo, a
volte di anni. Allargarono anche la loro area di indagine ad altre nazioni, in
particolare gli Stati Uniti, che avevano avuto una vicenda simile di
affermazione e declino di industria pesante. E’ interessante, per capire il loro
lavoro, guardare una foto che si incontra nella prima sezione, intitolata
“Paesaggi industriali”. Si tratta di una immagine della città di Bethelem, in
Pennsylvania, scattata nel 1986: in primo piano il cimitero, poi abitazioni, poi
stabilimenti industriali con grandi torri e, ancora oltre, alberi. E’ una foto
perfetta, per la luce, la definizione, le proporzioni dei vari elementi. C’è un
ordine, un grande equilibrio che comprende il luogo del lavoro, quello in cui si
vive e quello dove si è destinati inevitabilmente a finire. I Becher scoprirono
poi, almeno così dicono, che lo stesso luogo dallo stesso punto di vista, cioè
dal cimitero, era stato oggetto di uno scatto del famoso fotografo americano
Walker Evans, nel 1935. La foto di Evans però ha in primo piano una grande
croce tombale, dietro lo stabilimento con le alte torri, mentre le abitazioni, in
mezzo, sembrano oppresse tra queste due evidenze. E’ una visione
soggettiva, angosciosa, molto diversa dall’oggettività dei due tedeschi. La
ricerca di immagini perfette portò persino i Becher, come documentato in un
piccolo video, ad abbattere un grande albero che ostacolava la visione di una
fabbrica. Il loro lavoro prevedeva sequenze di immagini, mai una sola. I
soggetti erano fotografati da diverse angolazioni e le foto accostate
acquistavano un ritmo, eludevano la staticità della singola immagine.
Suggerivano che dietro gli edifici c’era una storia, riferimenti culturali, anche
artistici. Ad esempio fotografarono una fabbrica nella cui architettura erano
presenti riferimenti a stili architettonici come il liberty. Da queste foto trassero
un libro e questa azione salvò l’edificio, che era destinato alla distruzione e
che divenne invece un museo. Definirono una serie “Sculture anonime”, per
evidenziare la materialità dei soggetti, che nel gioco di luci e ombre della
riproduzione fotografica (ovviamente, come tutti i loro lavori, in bianco e nero)
acquistavano una tridimensionalità che portò la giuria della Biennale Arte di
Venezia ad attribuire loro il leone d’oro per la scultura. La mostra termina con
la documentazione dell’attività dei Becher prima del lavoro comune, coi
bellissimi disegni di Bernd e le foto di foglie e piante di Hilla (molto rari a
vedersi). Essi curavano moltissimo anche la parte grafica di divulgazione del
loro lavoro, con libri che divenivano opere d’arte essi stessi, così come i
manifesti, le locandine: teutonica perfezione. Segnalo infine una sezione
dedicata alla scuola di Dusseldorf, dove dalle loro lezioni emersero alcuni dei
più famosi (e pagati) fotografi attivi a livello globale: Thomas Ruff, Thomas
Struth, Candida Hofer, Andreas Gurski, Elger Esser e molti altri. Essi partono
dalla foto oggettiva dei Becher, che lavoravano con pellicola e senza
correzioni in fase di sviluppo, ma ammettendo successivi interventi con gli
strumenti digitali, come fa Gurski nella monumentale “Salinas”, su cui
interviene inserendo una scia bianca in alto per equilibrare l’immagine. Anche
le dimensioni delle immagini dei loro allievi non corrispondono al rigore
minimalista dei Becher, ma ciò che conta è che tutti questi abbiano tratto dal
loro insegnamento la consapevolezza della forza della fotografia, della sua
possibilità di inserirsi alla pari tra le forme di espressione artistica, e
partecipare alla fondamentale discussione sulla funzione di questo strumento
in questa fase storica.
SAURO SASSI
BERND E HILLA BECHER. HISTORY OF A METHOD
BOLOGNA - MAST
FINO AL 27 SETTEMBRE 2026
ORE 10-19 CHIUSO LUNEDI’
INGRESSO GRATUITO


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