L’attenzione dal sen fuggita



di Vincenzo Jacovino




Quando la propria figura

…………si perde in tutte le figure, (L. Di Ruscio)

del caleidoscopico corpo sociale del Paese accade, quasi sempre, che non si riesca a essere se stessi e al tempo stesso non si sia in grado di essere se stessi. La richiesta di alcuni è: fermarsi o, meglio, rallentare la corsa è un dovere o una necessità indivi-duali? Scrive Kundera: “C’è un legame segreto fra lentezza e memoria, velocità e oblio” ma si può, senz’altro, aggiungere con cognizione di causa che tra velocità e oblio il legame, oltre che segreto, è stretto, strettissimo. L’immagine della velocità è spesso collegata a un rapporto di euforia e di eccitazione con le cose e l’ambiente circostante. Il suo verbo è sempre al presente impedendo, così, l’attenta e sapiente capacità di relazionarsi e di operare.
L’attenzione è un’immagine ormai sbiadita, inesistente. Non ha più cittadinanza. Aleggia, nel clima generale del Paese, una diffusa isteria generata dal mo- vimento vorticoso, esasperato nonostante

questo mondo residuo d’incendi
vuole esistere
(F. Fortini)

Eppure, si dice che l’attenzione è una forma di preghiera e la preghiera richiede meditazione, quindi sosta. Il suo buon uso permette di guardare al di là e al di sopra del proprio Io. La velocità dà queste opportunità? No purtroppo, perché “nella matematica esistenziale, - non mancano forme di equazioni elementari di cui una è - il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio” (M. Kundera). Ed è una sacrosanta verità.
Alla domanda: fermarsi o, meglio, rallentare la corsa è un dovere o una ne-cessità individuali? E’, senza dubbio, una necessità e per l’individuo e per la so-cietà; serve ad allentare le forti tensioni che serpeggiano nel corpo sociale. Serve ad acquisire, finalmente, lo stato di attenzione che è, ormai, dal sen fuggito. Un tempo la nonna, per rallentare le nostre affannose corse giovanili, utilizzava l’antica saggezza popolare ricordandoci che: “La gatta frettolosa fa i gattini ciechi”. Ma oltre ad una necessità è, soprattutto, un preciso dovere del singolo come della comunità tutta. L’andare troppo velocemente ha una incisiva azione atrofizzante su mente e cuore tale da impedire di percepire, vedere e sentire quel che inevitabilmente accade intorno a ciascun componente della società. L’andar troppo velocemente libera sì, forse, da paure di ogni genere ma quanto amaro fiele scorre nelle gole dei singoli come in quella del corpo sociale.
Ad andar troppo velocemente accade sempre che

i sensi sono intorpiditi,
il minuto si piace di sé;
e nasce nei nostri occhi po’ stupiti
un sorriso senza perché.
(E. Montale)

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