E’ in corso la diciassettesima edizione del Festival Fotografia Etica di Lodi e
ogni anno occorre ritornare per capire se abbia ancora un senso, in un
mondo che muta con velocità impressionante, affidarsi alle immagini per
trovare strumenti di conoscenza e comprensione. Fotografia etica vuol dire
documentare tutte quelle persone che fanno e subiscono la storia,
l’evoluzione tecnologica, lo stato dell’ambiente. Chiedersi se e quanto sia
ancora possibile distinguere la verità dalla sua falsificazione, se ci sia ancora
chi è in grado di portarci quelle storie che spesso ignoriamo ma che ci
riguardano come facenti parte del genere umano. Etica significa anche
mostrare la verità , oltre la disinformazione, la censura, le versioni che fanno
comodo al potere. Dopo aver visitato le dodici sedi cittadine una risposta è
chiara: ci sono ancora tanti fotografi che hanno conservato il coraggio e
l’indipendenza per esplorare luoghi difficili, immergersi in realtà distanti e
portarci brani di vita che difficilmente troveremo nei canali televisivi o nei
cosiddetti social. C’è tanta violenza, tanto dolore, ma anche qualche
speranza, non tanto in chi detiene il potere quanto nella capacità di gente
comune di esprimere solidarietà , empatia con l’altro. La mostra si compone di
varie sezioni. La prima, che è anche la più vicina per chi arriva in treno,
(Fondazione Banca Popolare di Lodi, spazio Bipielle Arte) in realtà affianca
quelle ufficiali del festival, e riguarda il World Press Photo Contest, iniziativa,
giunta alla sessantanovesima edizione, che premia la migliore fotografia di
fotogiornalismo e documentario prodotta nell’ultimo anno. E’ frutto della
selezione tra 57.376 foto inviate da 3.747 fotografi in 41 paesi e premia scatti
singoli, racconti e progetti a lungo termine. Il premio per il 2026 è andato allo
scatto “Separati da ICE”: un immigrato equadoriano arrestato e separato
dalla moglie e dai tre figli minorenni durante un’udienza al tribunale per
l’immigrazione. Le altre foto finaliste sono intitolate “Emergenza aiuti a Gaza”
e “La prova delle donne Achi”, che riguarda la denuncia di donne indigene
Maya Achi del Guatemala di quei poliziotti e membri di squadre paramilitari
che hanno usato stupri e violenza nei loro confronti durante la guerra civile
che si protrasse dal 1960 al 1996. Tutte le altre immagini premiate sono
esposte suddivise per macro regione geografica: Europa, America
settentrionale e centrale, Asia centrale e del sud, Africa, Sud America, Asia
Pacifica e Oceania. Per quanto riguarda gli Stati Uniti prevalgono le
documentazioni delle violenze dell’ICE e della polizia che reprime
manifestazioni di protesta per la Palestina ma anche i catastrofici incendi in
California, con immagini impressionanti. Per l’Europa si parla, tra l’altro degli
incendi in Galizia, effetto del cambiamento climatico e dell’abbandono della
cura del territorio, della guerra in Ucraina. In Sud America si vedono i
massacri nelle favelas di Rio, operazioni elettorali spacciate per lotta alla
malavita, la violenza della polizia nell’Argentina di Milei contro i pensionati
che protestano per i tagli subiti, la violenza dell’esercito dell’Equador contro i
giovani, con la storia di quattro ragazzi uccisi e bruciati. Per l’Asia centrale e
del sud i morti della guerra tra India e Pakistan nel Kashmir, Gaza, sempre in
primo piano, la situazione disastrosa delle donne afgane con il venir meno
anche degli aiuti internazionali. Per L’africa, la guerra in Sudan, la protesta
dei giovani in Madagascar, il problema della eccessiva proliferazione degli
elefanti in Zimbabwe e il pericolo che rappresentano avvicinandosi sempre
più ai centri abitati. Se le guerre e l’ambiente occupano la maggior parte delle
immagini, c’è spazio anche per storie diverse, che aprono a vicende
personali, come quella di un uomo negli Stati Uniti, appena trentenne, a cui
viene scoperto un cancro in fase terminale e che, assieme alla moglie,
utilizza il tempo che gli resta per avere un figlio e riuscirà a tenerlo in braccio
prima di morire, o Emma, il robot sociale introdotto in Germania in alcune
case per anziani. Parla con i ricoverati, migliorando, così dicono, il loro
benessere psicologico. Bella, in qualche modo, la storia dei due ragazzi
filippini che, avendo fissato il loro matrimonio, trovano la chiesa allagata a
causa di un tifone ma decidono di sposarsi ugualmente. Le immagini
mostrano la sposa col lungo velo che galleggia nell’acqua e gli invitati con i
pantaloni risvoltati e l’acqua alle caviglie (mi ricorda una canzone di George
Brassens, “La marche nuptiale”, magistralmente tradotta in italiano da De
Andrè). C’è anche la storia di una donna keniana finita in Arabia Saudita a
fare la cameriera che ha un figlio che non può denunciare perché in quel
paese il parto senza matrimonio è illegale, e dell’odissea per poter ritornare a
casa, stretta tra la burocrazia violenta degli arabi e quella del suo governo. O
quella di una donna cinese che, avendo perso l’unico figlio, frutto della scelta
politica assurda del governo di vietare alle famiglie più nascite, ha poi deciso
di avere un figlio a sessant’anni e si trova ora a gestire due gemelli. Si aprono
tanti spiragli di realtà grazie al lavoro spesso pericoloso o mortale (basti
pensare alla strage di giornalisti e fotoreporter a Gaza) di questi fotografi che
continuano la tradizione dei Capa, Gerda Taro, Bischof, Cartier Bresson.
Tutte le altre sedi di mostre si trovano nel centro cittadino e sono raggiungibili
facilmente con piacevoli passeggiate. Il fulcro è a palazzo Barni, dove sono
esposti i lavori che hanno vinto le varie sezioni del World Report Award, il
premio del festival. In alcuni casi i premiati coincidono con quelli del World
Presso Photo, a partire dal servizio di Carol Guzy intitolato “Ice – Broken
Families”, che evidentemente ha colpito tutte le giurie. Il premio Spotlight
Award è andato all’indiana Chinky Shukla che ha trascorso molto tempo nel
luogo del Rajasthan dove sono stati eseguiti test nucleari nel 1974 e 1998,
mostrando le conseguenze devastanti sul territorio e la popolazione. I danni
causati da questi test sono un problema che riguarda tutti i siti del mondo in
cui sono stati eseguiti. Anche lo spagnolo Carlos Folgoso Sueiro ha
realizzato un’indagine sul territorio, in questo caso la Galizia, che i
cambiamenti climatici, l’abbandono delle coltivazioni, l’invecchiamento della
popolazione e la migrazione dei giovani hanno reso particolarmente fragile.
Nella sezione Short Story Award Abdulmonam Eassa documenta la guerra in
Sudan. Dopo la caduta del dittatore Omar al Bashir nel 2019 il breve sogno
democratico del paese fu spezzato da un colpo di stato militare e dalla
successiva rottura all’interno delle forze militari che ha scatenato una
sanguinosa guerra civile, con l’intervento di numerosi stati a supporto delle
fazioni, col risultato di decine di migliaia di morti, profughi, distruzioni in una
situazione senza apparente via di uscita. Nella sezione Student Award
Mashruk Ahmed racconta la rivolta in Bangladesh che ha portato alla caduta
della presidentessa autocrate nel luglio 2024. Il titolo del servizio: “Broken
promises: july of memory” dice che le speranze di un ritorno alla democrazia
si sono infrante con il ritorno dei vecchi gruppi di potere e la sconfitta dei tanti,
soprattutto giovani, che hanno dato la vita o sono rimasti invalidi nella
speranza di una società migliore. Il tema dei giovani che si sono ribellati a
regimi autoritari per poi vedere deluse le loro speranze ritorna in diversi lavori
ambientati in vari luoghi del mondo, come il Nepal, il Madagascar, la Bulgaria.
Un lavoro molto interessante, premiato con lo Student Award, è di Jubair
Ahmed Arnob, intitolata “The place where i used to stay”. E’ un racconto
malinconico e poetico della zona della megalopoli di Dhaka in Bangladesh
dove il fotografo è cresciuto, cancellata dalla crescita disordinata e abnorme
della città . In tanti luoghi del mondo le tracce di luoghi e comunità sono
stravolte dallo sviluppo incontrollato di enormi centri urbani. I luoghi del
festival sono ancora molti altri e spesso rappresentano una scoperta anche
per la loro bellezza. Segnalo nella sezione “Le vite degli altri” a palazzo
Modignani un servizio che narra della vita della gente comune nella Russia in
guerra; nel nuovo spazio della chiesa della B.V. Maria del Carmine la
fotografa Laetitia Vancon racconta dei soldati e civili ucraini che hanno avuto
il volto ferito e il percorso di riabilitazione e recupero della loro identità fisica e
psicologica. Al chiostro dell’Ospedale Vecchio si documenta l’attività di
associazioni non profit che si occupano di temi come l’istruzione dei migranti,
delle popolazioni in situazioni di guerra, l’uso del teatro per l’inserimento delle
persone down, il soccorso dei migranti nel Mediterraneo. Anche temi più
particolari, come, in una delle isole Azzorre, il soccorso dei giovani uccelli
marini, in particolare berte, disorientati dall’eccesso di illuminazione pubblica
o la povertà mestruale in India. Un servizio impressionante, al palazzo della
Provincia, riguarda il riciclo, in Nigeria, delle batterie delle auto: un lavoro
infernale, che oltre alle persone impiegate, deteriora l’ambiente circostante e
tutti coloro che vi vivono. Ultima segnalazione riguarda uno spazio industriale
recuperato, un grande ex linificio dietro la stazione, che ospita proiezioni
immersive, su tre schermi, di alcune tra le tante storie che la realtà globale
propone.
SAURO SASSI
FESTIVAL FOTOGRAFIA ETICA
LODI, SEDI VARIE
FINO AL 25 OTTOBRE 2026
APERTURA NEI WEEK END DALLE 9.30 ALLE 20.00
BIGLIETTO GRATUITO MINORI DI 18 ANNI; INTERO EUR 20.00,
RIDOTTO EUR 18 STUDENTI UNIVERSITARI, INSEGNANTI, OVER 65;
EUR 19 COOP E VARI ALTRI DA VEDERE SUL SITO). ABBONAMENTO
MENSILE EUR 21 PER ACCESSI ILLIMITATI.
E’ CONSIGLIABILE FARE I BIGLIETTI ONLINE SUL SITO DEL FESTIVAL,
SENZA COMMISSIONE, PER ACCEDERE PIU’ RAPIDAMENTE ALLE
MOSTRE. OPPURE SI POSSONO FARE ALLA BIGLIETTERIA UNICA
CHE SI TROVA IN PIENO CENTRO IN PIAZZA BROLETTO


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